sabato 18 ottobre 2008

Grazie

Grazie a tutti per i contributi! Sono belli, stimolanti, imprevedibili. Che continuino pure cosi’, in liberta’. Come ugualmente libero si senta chi preferisce solamente leggere. Ho fatto una gran “butade” (questa volta e’ francese, non friulano…) con la storia dei fatti, e ora non so' se riusciro’ a mantenere la promessa… Diciamo che devo riscalare un po’ la pretesa e accontentarmi di raccontarvi qualche cosa in modo semplice e breve.

giovedì 16 ottobre 2008

Fatti e Misfatti

La vita va avanti qui a Londra, e acquista velocita’. Va piu’ veloce della mia capacita’ di analizzarla e ancor piu’ di scriverla.

La cosa piu’ interessante e importante e’ che la mia vita qui e’ ricca di fatti. Cosa sono i fatti? Nella prospettiva «dell’esperienza» che mi interessa, i fatti sono cose che mi succedono e che riesco a leggere in modo significativo nel contesto del mio cammino, interiore ed esteriore. Non tutto quello che succede e’ fatto. E’ fatto quello che succede e che si riesce a rileggere. L’avvenimento che lascia un segno nella coscienza. Succedono tante cose che soddisfano questa definizione. Sia buone che non buone. Sia piacevoli che dure da digerire. L’importante e’ pero’ che succedano. Come ci hanno insegnato i Padri Gesuiti: tutto serve nella vita spirituale, a patto che si voglia rileggerlo.

Puo’ essere che succedano piu’ fatti a Londra che a San Tomaso o a Trieste? In principio, direi assolutamente no. Altrimenti la vita sarebbe una fregatura. Se la costruzione di senso della nostra esistenza fosse a vantaggio di chi puo’ permettersi di fare una scelta radicale ed elitaria come venire a vivere e studiare a Londra, i conti non tornerebbero. In un certo senso sarebbe stato piu’ eroico “costruire senso” rimanendo in Friuli. Ma sicuramente le circostanze qui mi aiutano ad aprire i pori dell’esperienza e devo cercare di vivere con responsabilita’ il privilegio.

Nei prossimi posts cerchero’ di tratteggiare i contorni di alcuni dei fatti condivisibili degli ultimi dieci giorni.

lunedì 6 ottobre 2008

Sblancjisa’

Forsit l’operasion plui sodisfacent e plui ben riuscide di quant che soi a Loncje a l’e’ staat sblancjisa’ la gnove cjamare li che soi laat a sta’.

No us vevi dit, ma i ai cjataat cjase. Une di chees centenars di migliaia di cjasutes di modons roos a ie’ la me. Vedudes da l’aparecjo a son dutes compagnes, e di dongje… ancje, onestamentri.

Come quasi dutes las cjases condividudes da tante int, soredut di chiste bande da Manie, a e’ un tic fracasade e ancje avonde sporcje. Io i sarai i un pelut pedantic cul tigni’ dut net e ordenaat (cuissa’ di cui co ai cjapaat…?) pero’ insome… mi domandi cemuut che la int a rive ad aceta’ il compromes di vivi in tun cjoot. E an dai viduus di cjoots… (scusait l’argoment ma non si pos simpri fevela’ dome di lezions di filosofie)

Comunque il me cjotut non l’e’ malvagio. Par drecialu un pooc, ma cence esagera’ parce che non si pos migo deta’ lec iessint i ultims entraas, i ai deciduut di sblancjsa’ la me cjamare. I scriif in furlan parce che di quant chi i ai concepiit l’idee, fint durant dute l’esecusion, el cerneli al mi fevelave in furlan. Forse l’ativitaat dal sblancjin a solecite l’aree semantiche da marilenghe.

Insome, le ai petade avonde ben. Ancje cun t’un tocco di artist. I ai un caminet in stiil vittorian in cjamare, cal ven fuur dal muur cul la cape. I ai fat la part ca ven fuur biele rosse. E dut il rest blanc. Simpatic. Cumo’ i ai plui gust a sta dentri.

Il rest da truppe a son: une coppie maridade sui 35 (un irlandees musicist e editor di IT e une californiane ca ciir lavoor); une frute da Republiche Ceche ca lavore in tun ristorant e une Slovacche ca fas la manager di un negosi di vistiis in Oxford Street (dutes doos sui 26-28 ains) e un fenoli dal Galles (in furlal a l’e’ un termin neutro, fattuaal) ca no ai capiit inmo’ ce cal faas.

Come ca si diseve, tu cjatis un poc di dut dauur di ches puartes.

Su richiesta

venerdì 3 ottobre 2008

West Africa (passion for details)

Stasera sono tornato a casa tardi e per diversi motivi troppo complicati da spiegare non potevo entrare in casa. Cosi’, un po’ anche per festeggiare la fine positiva della prima settimana di lezioni ho deciso di andare a cena fuori. Da solo ovviamente. Ottimo.

Cosi’, senza andare troppo lontano, mi colpisce una strada anonima di questi agglomerati urbani fuori dal centro. Un po’ ruvidi, un po’ squallidi, ma anche colorati, etnici, veri. Una di quelle decine di migliaia di strade delle citta’ inglesi dove uno trova quell’improbabile sequenza di fish and chips, lavanderia a gettoni, kebab, take-away chinese, edicola, macelleria halal, negozio aperto 24 ore con alcolici e articoli vari, e ancora kebab.

Nel mio caso, c’era anche un ristorante con specialita’ dell’africa occidentale e gestione ganese. Lo scelgo. Ci sono due tavoli. Presso uno c’e’ una donna ganese di schiena tutta trecce e ormamenti che parla con la proprietaria al banco. Non e’ chiaro se si possa entrare. Sembra una situazione privata. Invece la proprietaria, elegantissima con vestito intero grigio, molto calorosamente mi mette a sedere con grande gentilezza, mi da subito qualcosa da leggere e mi chiede cosa desidero, che e’ un modo molto diverso di dare semplicemente un menu da leggere. Sono subito messo a mio agio da questa gentilezza.

C’e’ un peculiare e misterioso mix di maternita’ e seduzione nell’atteggiamento di molte donne africane, che non ho osservato in altri continenti. Grazia nobile e familiare semplicita’. In tal modo rincuorato e “sedotto”, sono disposto ad accettare qualsiasi suggerimento per la cena. Da bere, birra? Ok, perche’ no, ma facciamo mezza pinta pero’… sai non bevo tanto e sono stanco… Dopo qualche secondo, quando ho appena immerso la testa nel Guardian per leggere dell’ennesima crisi finanziaria, mi arriva una pinta intera, con Elizabeth tutta sorridente.

Da mangiare ti porto ben io qualcosa di buono, dice. Un piatto ganese che faceva mia nonna. Vedrai! Devi solo scegliere se vuoi montone o pollo. Sono ottimi tutti e due. Ho del montone buonissimo. – Ma guarda, prendero’ il pollo, preferisco, dico io. OK.

Come sempre bevo la birra troppo veloce, si sa’, quando si ha sete e si e’ a fine giornata… La mente parte e i ricordi arrivano come portati da un fiume. Ripenso all’Uganda. Ho cercato di ricordare tutte le scene vissute ai ristoranti, tutte le cameriere, gli avventori, i proprietari che ho conosciuto. In particolare mentalmente ricostruisco una scena avvenuta in una piccola citta’ sul confine con il Congo, con Travis (l’ugandese capo dell’ONG) e Micheal (il teologo-psicologo canadese). Travis stava male, si temeva principio di malaria. Io mi stavo ammalando – inevitabile mangiando per giorni quel cibo, e Micheal era molto silenzioso (totalmente contrario alla sua natura) perche’ era preoccupato di non riuscire a tornare indietro in tempo per l’aereo, avevamo infatti quasi distrutto la macchina. Eravamo alla fine del nostro “viaggio di relax” e c’era fra noi un bel po’ di tensione. Stavamo in una locanda con camere. La scena attorno a noi, quasi una fotografia. Tutto quasi fermo. La cameriera me la ricordero’ per sempre. Stava in piedi di fronte a noi in silenzio. Muoveva solo le sopra-ciglia. Incredibile. Il menu consisteva nel cercare di indovinare quello che potevano avere al ristorante e osservare il responso della cameriera. Se alzava le sopra-ciglia avevano quel piatto o ingrediente. Se non muoveva niente, risposta negativa. Una macchina binaria. Eppure anche li’, seppur in extremis, c’era grazia e familiarita’…

Sono interrotto nei miei pensieri dall’arrivo del mio piatto, con Elisabeth trionfante: montone! Perfetto, penso, sono dentro una barzelletta!

Seguo la proprietaria verso la cucina, ma per chiedere dov’e’ il bagno. Lei con la stessa grazia e gentilezza di sempre mi dice: ma certo, eccolo qua proprio dietro di noi! E apre per me una porta che da’ su un locale di un metro per un metro: una doccia. Surrealismo totale. Non so cosa fare, vorrei lavarmi le mani, ma la cornetta e’ tutta attorcigliata sul supporto… c’e’ una varieta’ di liquidi per pavimenti sul piatto doccia. Sono esitante. Arriva Elisabeth che semplicemente apre il rubinetto in piena. Mi aspettavo un disastro di schizzi, invece quella posizione apparentemente caotica della cornetta e’ ottimale e lascia cadere un flusso perfetto per lavarsi. Molto meglio di tanti lavandini ai ristoranti. Genialita’ africane. Ordine dal disordine. Soluzioni semplici coi mezzi a disposizione.

Torno al tavolo tutto contento. Che montone ragazzi!

Ipotesi, premesse, tesi


Sono entrato nell’universo meraviglioso delle lezioni di filosofia. Finalmente. Dopo 12 anni di attesa. Meritata attesa. Ricca attesa. Finalmente l’incontro accademico con la grande madre del pensiero. Metafisica, epistemologia, etica… il cielo stellato e la legge morale di Kant, i personaggi dei dialoghi di Platone, le sedie particolari e la sedia universale, l’analisi logica delle proposizioni, il ragionar per sillogismi, le prove classiche dell’esistenza di Dio, San Tommaso…

Tutto sta tornando, sta riaffiorando dagli ancora vividissimi ricordi del liceo, dagli innumerevoli incontri, lezioni e discussioni di tutti questi anni passati a cercare altrove quello che non si trovava con gli arnesi del laboratorio. Ma tutto sta tornando anche attraverso quello che di profondo si e’ potuto capire sulla realta’ del mondo e la possibilita’ della sua conoscenza, acquisito attraverso lo studio della fisica che ha cosi’ tante domande in comune con la filosofia, o almeno le suscita.

Una settimana di profondo godimento, mettendo la punta dei piedi dentro l’acqua dei primi corsi. La prima lezione in assoluto e’ stata quella di David Papineau – un reputato filosofo della scienza - sulla filosofia della mente. Il problema era quello del rapporto corpo-mente. La domanda, questa: gli stati mentali hanno un’origine puramente fisica, oppure c’e’ altro di non fisico che li caratterizza? Una domanda classica, ma con risposte sempre in evoluzione dato l’aumentare della conoscenza nel campo neurologico-cognitivo. Ci sono due posizioni classiche. Il materialismo (gli stati mentali sono solo fisici) e il dualismo (la mente e' qualcosa di altro rispetto all’attivita’ cerebrale). Papineau scrive alla lavagna tre premesse dalle quali consegue la tesi del materialismo. Noi, dai banchi, dobbiamo rifiutare la tesi attaccando almeno una delle premesse. Fantastico. Un gioco intellettuale esilarante, e condotto con maestria e onesta’ tutta inglese. E cosi’ via per tutte le altre lezioni.

La qualita’ dell’insegnamento e’ ottima. Le lezioni sono molto interattive e basate sulla risoluzione di problemi interessanti. E come se non bastasse ci sono i seminari di ricerca, i gruppi di lettura (si leggono i testi fondamentali assieme a professori, ricercatori e studenti, attorno a un tavolo di una vecchia biblioteca nello scantinato impolverato del vecchio dipartimento), le lezioni speciali del Royal Institute of Philosophy (che quest’anno sono centrate sulla religione – domani si parlera’ del rapporto fra religione e societa’ civile, che, qui come in Italia, e’ un tema attualissimo)… La quantita’ di opportunita e’ inebriante.

Ho conosciuto qualche compagno di corso con cui continuare a parlare dopo lezione durante quei pochi passi assieme che portano me alla bicicletta e gli altri chissa’ dove. Chissa’ che fra un po’ non si continui con qualche passo in piu’, fino a un cafe’ o un pub e non ci si conosca meglio.

Per ora sono contento cosi’.

Silence - Cisza

Scusate il lungo silenzio, ma ci sono passaggi che il blog non puo’ raccontare e che vanno lasciati in custodia del silenzio. Ora mi sento di poter continuare a raccontare qualcosa.