venerdì 14 novembre 2008

Battersea Power Station



Mercoledi' sera pedalavo in bicicletta lungo il Tamigi, di ritorno da una lezione di Filosofia della Religione presso il collegio teologico-filosofico di Heythrop.

Ero assorto nei miei pensieri, ignaro della mia posizione esatta sulla cartina di Londra, quando vedo emergere sulla destra la stupefacente e spaventosa immagine della Battersea Power Station.

E' un edificio che mi ha sempre ispirato terrificante meraviglia, per il suo riferirsi in modo sia diretto che simbolico all'era possente e concreta della rivoluzione industriale, che odora di carbone e sporca il cielo di fumo.

Ma come se non bastasse gia' questa poesia di riferimenti, come alcuni di voi riconosceranno, la Battersea appare anche sulla copertina di un album dei Pink Floyd, Animals, da noi spesso riverito negli anni della passione per il prog-rock e altre sognanti sonorita'.

L'alchemia di questi due contributi, unita alla sorpresa per questa inaspettata apparizione mi ha inchiodato a contemplare la scena per diversi minuti, riportandomi a una spontanea dimensione contemplativa della realta' che era assente da settimane.

Non e' sempre facile vivere un rapporto leale col reale. Si finisce per essere trasportati dai fatti, senza la lucidita' o la volonta' per discernerli.

La vita qui continua a essere estremamente interessante, sia nei successi che nei fallimenti.

3 commenti:

Notevole ha detto...

Ciao Simone
veramente imponente la "Battersea Power Station" !
Anch'io sono rimasta ammirata, ma niente di più.
Invece mi fa fatto molto riflettere e sto ancora riflettendo sulla tua considerazione che recita:
"Non e' sempre facile vivere un rapporto leale col reale. Si finisce per essere trasportati dai fatti, senza la lucidita' o la volonta' per discernerli"
Ora,dammi tempo e fra un po'ci ritroveremo qui.
Mandi

papà ha detto...

Ciao Simone,

effettivamente tutti i simboli di un’era che ha segnato un forte cambiamento nella storia del mondo colpiscono per la loro intensa capacità di comunicazione senza essere più vissuti.
Gli stessi dell’epoca moderna pur imponenti e contenitori di vita sono muti.
Sembra quasi che per conoscere la realtà non basti la constatazione del presente ma serva anche un collegamento con la memoria ossia si passi attraverso la contemplazione.
Se i Pink Floyd hanno collegato la loro composizione ricca di sonorità universali e totalizzanti con quel esempio di archeologia industriale era, forse, per dare voce e nuovo significato ad luogo diventato muto per il tempo: i due contesti si sono perfettamente fusi in un continuo temporale.
Se Orietta Berti, negli stessi anni, avesse abbinato il suo Long Playng “Fin che la barca va” non ad un prato fiorito sulla riva del Po ma, per esmpio, ad una foto delle mirabili strutture in legno da 20 metri di luce senza supporti intermedi con cui è fatta la Westminster Hall, sarebbe ancora nelle vetrine dei negozi musicali.
Potenza delle fusioni spazio-temporali!

Buona notte.

Unknown ha detto...

Ciao Papa',

grande! Secondo me eri tu che scrivevi i testi dei Pink Floyd in quegli anni, altro che Syd Barrett!

O per lo meno devi aver scritto le loro recensioni, il che spiegherebbe il loro successo...

Grazie dei commenti cosi' evocativi e sorprendenti per le connessioni di idee che stimolano.